Allora, mettiamoci comodi. Prendi un caffè (o un calice di vino, che forse è meglio), perché oggi ho deciso di svuotare il sacco. Mi avete chiesto tante volte perché ho smesso, e visto che avevo già lanciato qualche sassolino, è ora di tirare fuori la valanga.
La verità? Ho smesso perché mi ero rotta le palle. Ecco, l’ho detto.
La fotografia era la mia anima
💖Sapete bene quanto io abbia amato questa parte di me. La fotografia non era un "lavoro", era il mio modo di respirare. Amavo i bambini: anime pure, semplici. Odiavo i set costruiti, le pose di plastica e i sorrisi a comando. Li portavo fuori, nel mondo vero, a correre e sporcarsi le scarpe. Volevo catturare quel momento esatto in cui ridevano per davvero, non perché qualcuno dicesse "cheese". Quella era l'essenza.
❤ E poi... c’era lei. La mia modella. Se chiudo gli occhi, le sessioni con lei sono l’unica cosa che mi manca davvero. Non era solo un soggetto, era la mia complice, quella povera anima santa che si è prestata alle pose più assurde, ai set più improbabili e alle mie visioni più fuori di testa senza mai dire di no. Parliamone: una ragazza di una bellezza da togliere il fiato, di quelle che quando passano si ferma il traffico, ma con un’umiltà e una dolcezza che quasi ti spiazzano. Avete presente quelle persone talmente belle che sembra quasi non lo sappiano? Ecco, lei è così. Mentre io cercavo la luce perfetta e mi inventavo angolazioni strane per catturare ogni sua sfumatura, lei restava lì, cristallina, pronta a trasformarsi in qualunque cosa la mia creatività le chiedesse.È diventata una delle amiche più care che ho, e il nostro legame è nato proprio tra uno scatto e l’altro. Con lei non c’era bisogno di spiegare nulla: c’era una sintonia rara, quella magia che succede quando trovi qualcuno che non solo capisce la tua arte, ma la sposa ciecamente. Era il mio spazio di libertà assoluta. In un mondo che mi chiedeva foto tutte uguali, lei era la mia tela bianca, il mio respiro. Cazzo, quanto era bello sentirsi libere di creare senza il fiato sul collo della mediocrità! 💗Senza di lei, probabilmente, avrei mandato tutto a puttane molto prima.
Poi è arrivato il "Ma"... e che "Ma"!
Qui a Catania (e diciamo pure in tutto il Sud, non giriamoci intorno) la fotografia spesso non è vista come arte. È un servizio. E fin qui, ci sta: offro una prestazione, mi paghi. Il problema è che qui non comprano il tuo occhio o la tua creatività. Loro comprano te.
C’è questa convinzione assurda che, siccome hai aperto il portafogli, io diventi una tua proprietà per tutta la durata del contratto. E io, che sono un po’ troppo bonacciona e accondiscendente di natura, ho finito per farmi prosciugare.
L’incubo del "Copia e Incolla"
Provavo a proporre cose uniche, scatti particolari, roba che non si vede in giro. Risultato? Niente. L’unicità spaventa. Qui la gente vuole le foto "come quelle della cugina", "come quelle dell'amica del fratello del parente". Vogliono il copia e incolla.
E parliamo dello stile? Gente, ve lo dico col cuore in mano: certe richieste erano un’offesa alla retina.
Foto con i cavalli in riva al mare (vi prego, basta).
Pose in spiaggia che nemmeno negli anni '80.
Abiti talmente pacchiani che mi sentivo in imbarazzo per loro.
Guardare dentro l'obiettivo e dover scattare certe scene per me era come limonare un cactus ad occhi aperti. Un dolore atroce.
Il paradosso dello sconto
La ciliegina sulla torta? Il fattore soldi. Mi chiedevano lo sconto piangendo miseria, dicendo che erano "stretti con le spese". Poi arrivavo al giorno della festa e vedevo vestiti che manco Versace nella sua collezione più estrema. Tavolate imperiali, sfarzo ovunque, ma i pochi euro per il valore del mio lavoro erano troppi.
La decisione
Alla fine, mi sono resa conto che stavo iniziando a odiare la fotografia. La cosa che amavo di più al mondo mi stava avvelenando perché non potevo essere libera. Molti diranno: "Eh, ma il lavoro è lavoro, bisogna adattarsi".
No. Non funziona così. Non se quel lavoro ti spegne la scintilla ogni volta che premi l'otturatore. Ho scelto di fermarmi perché preferisco non scattare affatto piuttosto che continuare a produrre "cringe" a comando. La creatività ha bisogno di aria, e qui l'aria era diventata troppo pesante.
Voi che ne pensate? Sono io quella strana o avete provato anche voi quella sensazione di voler lanciare tutto dalla finestra?

